Temporeggiare

Nella cittadella fortificata sembra proprio che i nemici, arrivati in forze per espugnarla e per riprendersi indietro il valore delle lettere di cambio che nel tempo erano state emesse dai potenti della città per acquistare beni in altre terre lontane, se ne siano andati e rimangono qua e là nella campagna circostante dei presìdi, ma l’assedio sembra ormai un lontano ricordo. Il conte di Read, il prode Henry,  tornato dal suo ritiro con lo stato maggiore del suo esercito, era rimasto piuttosto silenzioso lasciando che le fazioni riprendessero il sopravvento soprattutto nelle accese discussioni nelle osterie. Il Barone Silvius de Berlusca, del feudo di Arcore, continuava con le sue bravate minacciando di ritirare le sue forze dall’esercito della città e pretendendo l’immediata abolizione della gabella sulle stamberghe e sulle case. Henry aveva trovato le casse del tesoro esauste e dovendo assicurare il soldo ai soldati studiava come sostituire la gabella con un’altra più giusta, ma nessuno gradiva di contribuire al mantenimento delle difese delle città e alla manutenzione del suo decoro.

Decise allora di sospendere la riscossione della gabella sulle case per 100 giorni per arrivare ad un accordo circa la nuova gabella da introdurre in sostituzione della vecchia. Se le due principali fazioni non si accorderanno la gabella dovrà essere pagata per intero a settembre. In questo modo il conte Henry ha allungato il suo comando di 100 giorni perché nessuna delle due fazioni potrà indire le elezioni attribuendosi il merito dell’abolizione della gabella.

Il giovane Henry ha dimostrato così non solo di essere un buon guerriero da mandare in battaglia ma anche un abile politico che sa tenere a bada la sua retroguardia che rimane dentro le mura e che in qualsiasi momento potrebbe negargli i rinforzi. Temporeggiare per vedere meglio da che parte sta il nemico, di fronte o nelle retrovie?

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Test Invalsi, una discussione di un anno fa

In questi giorni è in corso la somministrazione dei test Invalsi e si è acceso, come ogni anno, un dibattito  sul valore e il significato di tale realtà che si sta consolidando come un ovvio appuntamento dell’anno scolastico. Per noti motivi personali evito di parlarne in modo diretto ma ho ritrovato nella posta dello scorso anno questo scambio di messaggi con due miei docenti della scuola che dirigevo prima della pensione.

Li riporto qui perché mi dispiace  perderli nella congerie delle mail destinate al cestino del dimenticatoio.

Un anno fa, di questi tempi,  Rosanna Be. scriveva ad un giro di colleghi in cui c’ero anch’io:

Gentili colleghi,

in prossimità dei test INVALSI che si svolgeranno il 16 maggio, colgo l’occasione per esprimere una mia opinione personale, fermo restando che abbiate voglia e tempo per leggerla.

Mio figlio P.  frequenta la quinta elementare. Questa è la mail che ho mandato alle insegnanti: sintetizza il mio pensiero sui quiz. Ve la propongo per una libera riflessione e vi invito tutti – sempre nel pieno rispetto delle idee altrui -  a scioperare il prossimo 16 maggio.

Gentili insegnanti, 

il 9 e l’11 maggio P. NON farà i test invalsi. Di seguito le ragioni di questa mia decisione.

INVALSI è l’istituto nazionale per la  valutazione del sistema educativo d’istruzione e di formazione. I test che vengono somministrati hanno come scopo principale quello di valutare l’apprendimento degli studenti.

INVALSI valuta l’apprendimento tramite una lista di domande a risposta chiusa, altrimenti dette “quiz”.

Come genitore e come insegnante mi sorge spontanea una domanda: come si può pretendere di valutare l’apprendimento degli studenti  senza privilegiare l’aspetto argomentativo di  discipline  come – per fare un esempio -  Italiano? 

Da insegnante dico che   l’argomentazione – così come la riflessione, la discussione, l’esposizione ed il confronto -  è il pilastro centrale dell’insegnamento e dell’apprendimento.

L’insegnante che si presta a somministrare prove che volutamente sottovalutano questo aspetto fondamentale del processo formativo è un addestratore, non di certo un educatore e, per quanto mi riguarda,   si presta alla distruzione del sistema educativo ed alla sua lenta ed inesorabile degradazione.

Altro aspetto: gli insegnanti devono essere a loro volta valutati. 

Sono assolutamente d’accordo su questo punto e dico che  per essere valutati ci vuole qualcuno – esperto, insegnante, ispettore o qualsivoglia “tecnico”, tanto per restare al passo con i tempi -  che passi del tempo nelle classi e che assista alle lezioni, valuti  la programmazione , la metodologia applicata, i criteri di valutazione adottati, i libri di testo scelti, gli strumenti didattici usati, l’impatto motivazionale sulla classe, gli obiettivi raggiunti a breve, medio e lungo termine, nonchè quelli trasversali e molto , molto altro.

Per fare questo però ci vuole tempo e  denaro e il Ministero della Pubblica Istruzione non ha più tempo – e tantomeno denaro –   da dedicare alla scuola pubblica italiana ( e sottolineo pubblica ). 

Se ognuno di noi andasse ad informarsi sui numeri, vedrebbe che il paese ha costantemente diminuito i fondi destinati all’istruzione. Nel giro di 10 anni sono stati tagliati decine  di milioni di euro. Alla scuola viene destinato  meno del 3% del prodotto interno lordo del paese. In questo siamo senza dubbio il fanalino di coda nel contesto europeo. Ne consegue che la qualità dell’istruzione in Italia è in netta discesa e la qualità dell’insegnamento ne fa le spese. Non  parliamo poi  dell’aggiornamento dei docenti – quest’ultimo è aspetto di fondamentale importanza – che è stato oramai cancellato totalmente, così che se un docente vuole aggiornarsi, il corso se lo deve pagare da solo. Figuriamoci!

In tutto questo contesto si inserisce l’istituto nazionale per la valutazione che con i suoi quiz – perfettamente calibrati ed adeguati all’effettiva preparazione che insegnanti e studenti hanno adesso – osserverà -  tramite  statistiche -  quanto la  scuola ha lavorato, quali insegnanti hanno efficacemente insegnato e quali alunni hanno inequivocabilmente appreso, per poi destinare – in un futuro non troppo lontano -  i fondi ai più meritevoli.

Da insegnante dico che se mai ci dovessero essere dei fondi da destinare, questi andrebbero dati alle scuole disagiate, al recupero del territorio, delle strutture e dei ragazzi a rischio. 

Invece no, incentivi e riconoscimenti andranno ” ai meritevoli” – qualsiasi cosa ciò voglia dire – e quindi, ad un certo punto dell’anno scolastico,  comincia la corsa spasmodica ed ansiogena  ad addestrare le classi ai quiz, svilendo i programmi, adattandoli, riducendoli, piegandoli a misura dei test.

Io dico NO a tutto questo, anche in virtù del fatto che i test invalsi NON SONO OBBLIGATORI (tranne all’esame di stato  di terza media)  e che gli insegnanti POSSONO SCEGLIERE LIBERAMENTE DI NON FARLI senza incorrere in ALCUNA SANZIONE e sfido chiunque a dimostrare il contrario.

Ai dirigenti ed ai colleghi docenti dico: apriamo le nostre classi , facciamo entrare genitori, ispettori, tecnici,  esperti , rendiamo pubblico ciò che si è sempre svolto “in privato”, facciamo vedere come lavoriamo ,  con quali mezzi, quali risorse, quali e quanti spazi. 

Facciamo che una volta tanto si possa mettere in discussione tutto e che la valutazione si basi non solo su una serie di crocette da apporre nel posto giusto.

Rosanna Be

  

Io rispondevo

Carissima,

intanto grazie di avermi coinvolto in questa presa di posizione sui test Invalsi. Ora che non ho responsabilità istituzionali mi posso permettere qualche libertà in più. Nei giorni scorsi ero a Palermo per parlare di valutazione ad una rete di 150 scuole ed il tema dei test Invalsi è certamente venuto fuori nelle chiacchiere informali del coffee break. Mi convinco sempre di più che  un uso su larga scala di questi test sia più dannoso che utile soprattutto per il rischio che i docenti nelle classi dell’infanzia e della prima adolescenza deformino la loro didattica in funzione del buon esito nei test Invalsi. E, pur avendo dedicato quasi vent’anni della mia vita professionale allo sviluppo dell’accertamento oggettivo mediante test, sono ora convinto che se ne faccia un uso improprio e dannosissimo sia per i più piccoli sia per gli adulti. Si pensi solo che nel passaggio dalla scuola secondaria all’università e al lavoro tutto di decide sulla base di una prestazione di un’oretta in cui si tratta di rispondere su un repertorio di conoscenze necessariamente ristrettissimo, penso alla selezione per le professioni biomediche.

Detto ciò ho due osservazioni da fare.

Lascerei a suo figlio la decisione se partecipare o no avendo cura di accertarmi che non lo faccia per una scelta opportunistica. Anche in questo caso non sottovaluti le controindicazioni: sentirsi diverso dagli altri avere il dubbio che non sia all’altezza di affrontare la difficoltà.

Poco importa se i il dovere di somministrare i test Invalsi sia codificato in qualche codicillo contrattuale, rimane secondo me un dovere che attiene alla deontologia di un insegnante che è sì libero e responsabile di scegliere i percorsi didattici più opportuni per raggiungere gli obiettivi che il nostro datore di lavoro fissa, ma che è tenuto, come lei dice alla fine della sua lettera, a rendere conto di quello che fa in un contesto collegiale e sociale. Fermo restando quindi il dovere sociale e politico di riflettere ed eventualmente contestare questa macchina ‘infernale’, credo che sia un dovere ed anche una convenienza collaborare perché questa somministrazione sia fatta al meglio: la convenienza sta nel fatto, che spesso i docenti dimenticano, che qualsiasi delegittimazione del collega, del preside, dello stato, delle istituzioni, dei test Invalsi costituisce automaticamente una delegittimazione della propria autorevolezza, che comunque serve in un rapporto educativo con dei giovani.

Un carissimo saluto a tutti,  Raimondo Bolletta

Rosanna Be. replicava:

La ringrazio, anzi TI ringrazio ( visto che non hai più ruoli istituzionali – e se non hai nulla in contrario – da ora in poi diamoci del tu! ) per la risposta che, come sempre,  è molto intelligente e condivido in gran parte.

Ho detto a mio figlio che poteva scegliere di farli o non farli e lui, da ragazzino qual è, ha detto che preferiva di no…ma c’è tutto un discorso  da fare – troppo lungo a dire la verità – sulla sua maestra di matematica e su come i ragazzini sono stati preparati alle prove.

Ultimo, ma non meno importante, quest’anno le prove verranno fatte in presenza dei soli ispettori: una scelta che sta creando ulteriori ansie e disagi ai bambini che hanno pur sempre 10 anni.

Rosanna Be.

Raimondo:

Ok per il tu. Sia chiaro, io penso che vadano proprio aboliti per tutta la scuola elementare e forse per la scuola media. Per controllare il sistema sarebbero sufficienti campioni statistici molto limitati fatti in modo che non stressino ragazzi e docenti. L’Invalsi dovrebbe produrre strumenti disponibili per i docenti adatti a migliorare la valutazione scolastica.

Rosanna Be.:

Sono assolutamente d’accordo con te.

Interviene nella discussione Luca Sb. un professore di fisica della mia scuola che ha passato alcuni anni in una università inglese per una borsa postdottorale

Carissimi,

nella discussione sull’uso dei test spesso ci si dimentica di osservarne gli effetti che tali pratiche hanno in sistemi che li utilizzano ormai da molti anni.

In Gran Bretagna, ad esempio, i test sono utilizzati per lo svolgimento degli esami per valutare gli studenti sul curriculum nazionale. Queste prove sono preparate e corrette da enti esterni alle  scuole ed i loro risultati vengono utilizzati per comporre le cosiddette “league tables”  ossia le classifiche delle scuole dalle quali poi i genitori scelgono la scuola “migliore” per i propri figli.

E` necessario aggiungere che in regime di forte competizione fra le scuole le (LA) direzioni scolastiche locali tendono a privilegiare le scuole che hanno le posizioni migliori nelle classifiche e se le scuole scendono sotto un certo numero di studenti vengono chiuse senza troppi complimenti.

Il “regime” dei test ha molto abbassato la qualità della formazione. Il meccanismo perverso e` il seguente: scuole con cattivi risultati hanno pochi inscritti e vengono chiuse. Il governo deve spesso intervenire per salvarne alcune al fine di non descolarizzare intere aree del paese. Per evitare di aumentare la spesa pubblica le agenzie governative premono affinché i test siano semplificati nella speranza di diminuire il numero di scuole da salvare. E così il risultato netto è l’abbassamento del livello medio dell’istruzione.

Essendo l’UK un paese particolarmente classista, esistono molte scuole d’eccellenza – spesso private – che riescono ad arricchire l’offerta formativa ed a far si che i propri studenti possano poi aspirare alle università migliori.

E` interessante notare quali siano le discipline piu` colpite: non solo quelle storico-letterarie ma anche quelle scientifiche e su tutte la geometria. I docenti britannici sono di fatto costretti a lavorare affinché i loro studenti riescano nei test e così facendo facciano salire la loro scuola nelle league tables … in modo da preservare il proprio posto di lavoro.

E così uno studente italiano sufficientemente preparato con la programmazione “classica” saprà commentare Beowulf e saprà dimostrare semplici proposizioni geometriche … cosa che uno studente britannico mediamente non saprà fare…

In UK ciò che funziona molto bene è il supporto e l’aiuto ai più meritevoli, sono tali attività offerte in modo molto flessibile che bilanciano una situazione potenzialmente disastrosa.

Non vorrei che questo venisse letto come una sorta di esaltazione del nostro “Italian style”, ciò che voglio semplicemente sottolineare – come Rosanna – è quanto sia importante difendere e sviluppare quegli approcci didattici che producono un sapere critico e con questo approfondire i metodi e le tecniche per imparare a valutare i processi coinvolti: nella nostra stessa scuola, parlando fra colleghi, è confortante notare che in molti cercano di valutare i processi più che le conoscenze nozionistiche.

Ma certamente sarebbe importantissimo sviluppare una conoscenza comune su questi metodi di valutazione.

E’ per questo che credo ci si debba  opporre (per quanto possibile) ai test INVALSI o quantomeno cercare di modificali e certamente battersi affinché non diventino lo strumento della valutazione degli studenti e degli insegnanti.

Certamente, come accennato da Rosanna, è necessario che l’insegnamento sia valutato, sono perciò favorevolissimo a che le classi siano aperte.

Un’idea per iniziare: in UK ho imparato ad utilizzare il metodo della ”peer review”: un collega viene in classe ed assiste alla tua lezione e poi ti presenta le sue osservazioni.  Che ne direste di provarlo a scuola?

Saluti carissimi

Luca Sb.

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Riflessioni su un tema di Bach: le competenze

Anche ieri sono andato ad ascoltare una saggio della sezione fiati del Conservatorio di Santa Cecilia. Il clima speciale del saggio scolastico in cui  gli interpreti si esibiscono di fronte ai docenti, ai propri familiari e qualche amico e lo fanno con grande sicurezza e bravura secondo una ritualità solenne tipica dei concerti importanti mi ha riportato alla mente una vecchissima riflessione che avevo fatto tanto tempo fa all’inizio della mia carriera di insegnante.

Saggio al Conservatorio Santa Cecilia

Saggio al Conservatorio Santa Cecilia

Si era nella metà degli anni settanta ed io cominciavo ad insegnare matematica in un contesto in cui la scuola pubblica si stava espandendo, era prevalente la convinzione che l’innalzamento dell’istruzione per tutti avrebbe fruttato molti vantaggi per il progresso economico e civile dell’intera società. Nella didattica della matematica ero fermamente convinto che un docente dovesse renderla comprensibile a tutti e che tutti dovessero conoscerla, comprenderla ed usarla. Per questo mi impegnavo a renderla facile e a volgarizzarla. Anche allora, mentre ascoltavo un concerto a Santa Cecilia, all’auditorium che era a via della Conciliazione,   una pregevole esecuzione di un giovane violinista particolarmente brillante provocò questa riflessione: a questo violinista, per renderlo così bravo e per farlo giungere a questo livello di competenza virtuosistica i suoi maestri lo hanno illuso che suonare era facile o gli hanno imposto una ferrea ed impegnativa disciplina per affinare le sue doti innate? E se tutti  si sottoponessero a quella stessa disciplina potrebbero suonare in questa maniera? Faccio bene io a dire ai miei ragazzi che la matematica è facile? A quale livello di competenza potrebbero arrivare alcuni se potessero lavorare in modo differenziato?

Non rinunciai alla mia fede circa la matematica per tutti ma mi convinsi che ciascuno doveva dare in proporzione alle proprie possibilità e che ciascuno doveva essere sfidato a raggiungere un proprio livello di eccellenza almeno in un ambito. In questo senso ricordo un episodio che mi è caro: durante una esercitazione in laboratorio in cui i ragazzi dovevano mettere a punto un programma per la simulazione di una coda in un supermercato, il più bravo concluse rapidamente l’esercitazione mentre gli altri stavano ancora discutendo su come impostare l’algoritmo da implementare sul computer. Venne fieramente alla cattedra con la strisciata del programma e con il grafico della coda già stampato. Esaminai il lavoro e buttai là una serie di osservazioni per rendere il modello più interessante e più ricco. Il ragazzo, che sperava di aver finito e si apprestava a fare i fatti suoi alla macchina, tornando alla sua postazione per riprendere il lavoro a mezza voce fa: Aò, questo non s’accontenta mai!

Per suonare Bach non basta l’estro e il genio serve anche l’esercizio, il lavoro, la dedizione, l’automatismo, la sicurezza, la padronanza. Ma a ben vedere anche per preparare una buon piatto, per sviluppare un programma informatico, per tenere a posto un archivio, per gestire un orto, per valorizzare un negozio, per servire a un tavolo serve una competenza esperta, un misto di predisposizione, passione, amore e sicurezza nell’uso degli strumenti che in ogni ambito sono necessari. Ma se, avendo completa padronanza del mezzo, se strimpello perfettamente quel pezzo di metallo in cui soffio dell’aria e pigio i tasti alla perfezione e non ho colto lo spirito, la poesia, la bellezza, il sentimento del pezzo di Bach che devo suonare, il pubblico lo ascolterà e rimarrà deluso e applaudirà fiaccamente.

Alla fine del concerto, dopo gli applausi uno dei giovani, il più anziano con l’aspetto di adulto, si avvicina al suo maestro che era vicino a me e gli chiede: come sono andato? e il prof con dolcezza accogliente ma con sguardo penetrante gli risponde. Bene ma alle prove eri andato meglio e gli fa un rilievo tecnico. E’ vero professore, ha ragione. Li avrei abbracciati, se non mi avessero preso per matto.

Tornato a casa questa riflessione sulle competenze ha continuato a ronzarmi in testa. Le notizie del TG sono dedicate alla Bocassini che ha concluso la requisitoria sul caso Ruby. A parte lo stravolgimento della notizia che veniva data e discussa come fosse già una condanna, mi è tornata alla mente quanto sosteneva Piercamillo Davigo sul fatto che si occupano ruoli pubblici di potere per competenza o per rappresentanza. I magistrati sono al loro posto ed esercitano una importante funzione pubblica perché sono stati selezionati per competenza con un pubblico concorso. Il pubblico ministero, gli avvocati, il giudice non rappresentano le maggioranze politiche del paese o le opinioni dei cittadini ma gestiscono in modo raffinato e competente una macchina molto complessa e complicata costituita da regole, codicilli, consuetudini, prove, pareri per giungere a una sentenza giusta. La follia del nostro sistema informativo è di scatenare il tifo, non solo sul caso Berlusconi, ma sui tanti casi di cronaca che appassionano morbosamente il pubblico televisivo, scambiando il ruolo della competenza con quello della rappresentanza.

Questo stesso stravolgimento sta avvenendo nella politica: si oscilla tra una interpretazione che spoglia i rappresentanti della competenza, è il caso di giovani deputati o sindaci o consiglieri grillini che si fregiano di non conoscere bene i problemi su cui andranno a decidere, e un’altra istanza che vorrebbe tutti i politici eletti per rappresentanza anche molto competenti nelle materie che saranno oggetto delle loro decisioni. Ad esempio si vorrebbe almeno che i rappresentanti, anche privi di una competenza tecnica complessa, avessero esperienza e saggezza sufficienti per interpretare le scelte migliori, da cui l’esistenza del Senato. Insomma la mia sensazione è che il concerto della politica sia tenuto da pifferai che improvvisano facili motivetti e che mai si sognerebbero di eseguire una suite di Bach.

La giornata finisce con alcune scene di Master Chef, la prova della preparazione di un piatto a base di  rognone. Sono un appassionato di cucina e quindi, se zippando ci capito, inevitabilmente resto un po’ a vedere ma tutte le volte mi arrabbio: penso sia una pessima immagine di un rapporto pedagogico e di una terribile eed inaccettabile funzione della valutazione in cui sprezzo, violenza, durezza, dileggio sono il tratto caratteristico dei tre super chef che mostrano sempre il sadico piacere di selezionare ed escludere. E i concorrenti si prestano al gioco e sviluppano un atteggiamento sadomasochistico di lotta individualista per la sopravvivenza che consente invidie, colpi bassi, cattivi pensieri. Purtroppo questi modelli passano nella cultura diffusa ed anche in quella dei docenti per cui possono inquinare fortemente tutto il dibattito sul significato della ricerca delle eccellenze e sul ruolo del merito nella società delle competenze.

La scuola, anche quella per gli adulti deve necessariamente essere un’altra cosa, il rigore, l’impegno, l’esercizio,  il sudore sono necessarie per sviluppare delle competenze vere ma non si suona mai da soli: le sonate di Bach che avevo ascoltato nel pomeriggio prevedevano oltre al flauto traverso anche il basso continuo e la magia che ci aveva avvolto e conquistato non erano solo le dita che danzavano sul flauto ma anche le dita che pestavano sul clavicembalo e soprattutto gli sguardi di intesa tra i due esecutori.

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Il potere, una pozione malefica

Da quando è scomparso Andreotti mi torna in mente spesso la domanda che mi ero posto: il potere corrompe? Ho già ripreso il tema legandolo all’intervista di Amato e alla questione del moralismo che ha segnato almeno venti anni di vita pubblica italiana, da Di Pietro fino a Grillo.

La questione mi è tornata in mente assistendo venerdì scorso alla trasmissione Zeta di Lerner e leggendo i resoconti dell’elezione di ieri di Epifani.  Tutto si riferisce al travaglio interno al PD ad un epilogo quasi tragico, per certi versi grottesco, di una stagione in cui una persona per bene come Bersani ha cercato di anteporre gli interessi dell’Italia agli  interessi di partito, a partire dall’accettazione del governo Monti. Ora il populismo è dilagato sotto forma di reazione morale contro la casta e la politica, come scontro generazionale tra chi è al sicuro e chi patisce gli effetti della recessione, tra giovani e anziani.

Questa rivolta si è espressa nel M5S, nell’anti IMU di Berlusconi, nella disgregazione della struttura di potere dentro il PD. Berlusconi non ha problemi, perché, oltre a possedere gran parte dei mezzi di informazione, si è da sempre liberato di questo orpello della morale in politica, il potere non si giudica sui principi ma sui risultati. La magistratura ogni tanto si sveglia ma non è un problema, se una parte degli elettori condivide l’idea che il fine giustifica i mezzi e continua a legittimare il PDL al potere.

Il problema è lancinante per il PD perché in esso convivono due anime che condividono, guarda caso, proprio un senso morale molto forte, che spesso si esprime come moralismo antiberlusconiano. Gli orfani del vecchio PC che furono educati al rigore intellettuale, alla coerenza dei comportamenti, alla solidarietà con la classe di appartenenza, i teneri virgulti della DC che percorsero tutto l’iter del catechismo parrocchiale, dell’impegno politico solidale, della visione religiosa e impegnata del mondo. Due bei Super Ego collettivi con i quali fare i conti tutte le volte che si deve prendere un decisione politica in cui il fine pesa più dei principi o dei valori. Perché se prevale la morale come criterio di confronto per scegliere chi va avanti, se quello diventa l’indicatore di successo, se la posta in gioco è l’ottenimento del potere allora c’è sempre uno più puro di te, uno più intransigente, uno più rigoroso. Non solo, ma se questo è il terreno dello scontro allora è molto facile demolire l’avversario dimostrando che ha qualche scheletro nell’armadio. E chi non ne ha? Chi è senza peccato scagli la prima pietra. Se l’invito fosse stato ripetuto nel consesso del PD ieri, la gente non si sarebbe fermata con il proprio sasso già impugnato in mano ma tutti si sarebbero affrettati a scagliarlo e sarebbe stata una gragnuola incrociata di pietre, come sta sistematicamente accadendo da settimane in quel partito. Anche i nuovi, i giovani e i giovanissimi, neo assessori, neo presidenti di regione, neo parlamentari, neo occupanti dei circoli in difesa della purezza antiberlusconiana e antigovernissimo, mi appaiono già corrotti dalla smania di potere e di ricerca di un impiego ben retribuito. E’ una mia impressione malevola da vecchio ma, come ho già detto più volte, credo di avere l’occhio clinico nello squadrare le persone. La giovane che stava da Lerner, già invitata in molte trasmissioni televisive, ragazza intelligente e brillante con un faccino delicato e piacevole, si vede benissimo che già ragiona con le arguzie e le malevolenze di chi nella lotta per il potere sa come muoversi. Non parlo di Renzi perché sapete come la penso.

Nella trasmissione di Lerner c’era anche Ranieri il quale, essendo vecchio e navigato, ha dato della situazione la descrizione più ‘cinica’, più amorale, più politica restituendo significato e coerenza alle scelte più o meno felici che il partito aveva fatto.

Poi c’è Grillo. Poveraccio! credo che se non è un avventuriero immorale e se ha effettivamente il fiuto politico che sembra dimostrare, avrà capito che un movimento che prende il potere sull’onda di una rivolta morale non si regge a lungo solo con il rigore morale imposto agli altri (per ora solo agli odiati politici) ma deve preservare i suoi dalla corruzione che inevitabilmente deriva dall’esercizio del potere. Per questo la questione più rilevante per Grillo non fa parte delle questioni politiche generali dell’emergenza, governo sì governo no, IMU sì o no, riforme istituzionali, legge elettorale e via cantando, ma il problema per cui prende la macchina e viene a Roma in trasferta, è se i suoi restituiscono o no i soldi avanzati delle diarie che fino ad ora venivano incassate a forfait. (Peraltro, a voler essere moralisti fino in fondo, bisognerebbe discutere anche come li hanno spesi, i soldi). E’ una questione fortemente simbolica su cui Grillo è disposto a espellere coloro che dissentono perché questo è il principale nodo esistenziale del movimento. Ovviamente, così la cosa non potrà reggere più di sei mesi più del tempo necessario perché il potere, come una pozione malefica che invade le viscere, abbia effetto e danneggi cuore e cervello.

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Si allenta l’assedio

Nella cittadella assediata, da qualche giorno, dopo la nomina del giovane conte di Read a comandante dell’esercito, dopo che altre città assediate hanno promesso aiuti o comunque neutralità rispetto alle forze ostili che imperversano nella Terra di Mezzo, il fuoco nemico e gli attacchi si sono acquietati e si ha quasi la sensazione che il nemico abbia levato le tende e si sia trasferito su altri fronti. Passata la paura, nelle osterie è ripresa la baldoria e qualcuno riaccende i rancori tra le opposte fazioni che si scambiano accuse circa la responsabilità del declino e dell’impoverimento della città.

Henry, così si chiama il giovane conte, vorrebbe che si continuasse a fortificare le difese della città anche se non ci sono minacce imminenti così ha deciso di riunire il suo stato maggiore, tutti i cavalieri più valorosi e valenti, in una abbazia isolata dove poter discutere e condividere le strategie di guerra.

Intanto il popolino, invece di festeggiare la tregua interna tra le opposte fazioni e sentirsi più protetto dal  nuovo condottiero, ha ripreso a lamentarsi di tutto, a guardare con ostilità i servi della gleba che da tempo hanno lasciato i loro territori per fare i lavori più umili della città fortificata, forse se ci dovesse essere una carestia bisognerà rimandarli a casa loro, anche perché alcuni più intraprendenti hanno smesso di pulire per terra e si stanno arricchendo più dei cittadini e dei nobili che da sempre vivono nella città, e ciò turba molto gli equilibri di sempre. I facitori di opinione sono all’opera per insinuare dubbi e additare l’esistenza di nuovi condottieri più giovani e gagliardi di Henry. Quando Henry tornerà dal ritiro dell’abbazia dovrà chiarire bene da quale forziere dovrà prelevare le monete d’oro per abolire l’odiosa gabella su case e stamberghe.

Ma forse è bene che vi racconti come si è arrivati a questa situazione.

La cittadella fortificata si trova nella terra di mezzo, una grande regione quasi un piccolo continente chiamata Europa. Questa regione ha influenzato  tutto il mondo civilizzato attraverso  le comunicazioni fra le popolazioni che vi hanno prosperato e  le migrazioni verso le altre regioni del mondo. Il clima mite di buona parte del continente, inoltre, ha fatto sì che divenisse ricca e densamente abitata.

Le città si erano arricchite con i traffici e con la stampa della moneta. Si erano diffuse le lettere di cambio e alcune città avevano prosperato più di altre trafficando solo con lettere di cambio che ormai si stampavano con dovizia usando un nuovo materiale fatto con la pasta di legno, la cui fabbricazione era stata importato dalla lontana Cina, un fantastico regno dell’est. Nella terra di mezzo, la Chiesa era stata molto potente, aveva costruito splendide cattedrali e isolate abbazie contro cui nessuno ardiva combattere. Ma gli abitanti dei borghi avevano progressivamente perso la fede preferendo l’arricchimento facile senza più lavorare pesantemente con il sudore della fronte attraverso  l’emissione di sempre nuove lettere di cambio. Il legno per riscaldare le città, perché i cittadini oramai adusi alle mollezze dei ricchi pretendevano di vestire di seta nelle proprie case ben riscaldate, era ormai introvabile nelle foreste vicine, ridotte spesso a sterpaglia incolta, e la  corporazione di trasportatori di legna aveva organizzato lunghi e complicati trasporti di tutta la legna necessaria al benessere della città pagata con lettere di cambio. In giro, nel regno di mezzo ma anche nel lontano regno delle Cina e nel regno dell’Ovest, potentissima confederazione di tanti regni di là dal mare dotata di avanzatissime macchine da guerra, qualcuno si è ritrovato in mano troppe lettere di cambio emesse dalla cittadella. La corporazione dei banchieri cominciava a rifiutare le lettere presentate per lo sconto e non le accettava per scambiare altri beni o altre lettere di cambio di altre città. Si decise allora di muovere con gli eserciti per reclamare quanto nelle lettere di cambio era promesso e la città si era arroccata dentro le sue mura di cinta.  Aveva cercato di resistere anche grazie all’appoggio di altre città vicine che avevano gli stessi problemi e non volevano che fosse abolito il sistema delle lettere di cambio che fino ad allora aveva prodotto miracoli. La città aveva resistito a lungo ma si dovette arrivare alla scelta di Henry conte di Read da cui è cominciata questo racconto.

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Lo ius soli, da che parte si sta?

Seguo su FB varie pagine e dibattiti legati alla reazione e alla resistenza di fronte al dilagare del grillismo. Ovviamente l’essere anti qualcosa non è sufficiente per concordare tutto. E’ il dramma del PD di questi giorni che, coagulatosi per anni in nome dell’antiberlusconismo, ora si riscopre molto diviso su questioni sostanziali. Il tema dell’immigrazione, legata all’identità nazionale basata su caratteristiche razziali prevalenti dei residenti da tanto tempo in un determinato luogo, è un tema delicato sul quale non tutti gli ‘antigrillini’ concordano. Personalmente credo che lo ius soli vada  rivisto per le ragioni che ho già illustrato .

I gravi problemi economici e sociali della società e italiana ed europea, legati ai limiti dello sviluppo possibile in territori già molto ricchi, sono l’incubatrice di una reazione razzista di gente che spera di preservare la propria ricchezza chiudendo la società nazionale  a riccio rispetto alla pressione della povertà globale che si espande. Così come il leghismo ha vissuto per vent’anni su questa paura così ora il grillismo coltiva questo sentimento reazionario e conservatore come motore del risentimento popolare contro la Casta che nell’inconscio  del popolo arrabbiato  non è solo costituita dai politici e dai ricchi pensionati ma anche dai poveri che toglierebbero  il lavoro ai residenti. 

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Le anime belle

Oggi si parla di ius soli sulla scia della presa di posizione di Grillo. La questione sta diventando prioritaria. Alcuni si stanno meravigliando, come tante anime belle, che il nostro demiurgo, che ormai cala a Roma come fosse il nuovo padrone della volontà popolare,  abbia affermato che il Parlamento non potrebbe modificare nulla in proposito senza un referendum popolare. Grillo dimentica che non siamo in Svizzera e che i referendum da noi sono solo abrogativi e che il popolo può proporre le leggi ma è il Parlamento che le fa.

Ma le anime belle che ora si meravigliano scoprendo una punta xenofoba nell’ideologia del nuovo leader rimangono delusi dopo che si sono entusiasmati all’idea di una nuova moralità pubblica dettata dall’esempio preclaro dei nuovi rappresentanti della ggente ispirato dal padre nobile Stefano Rodotà.

Il movimento 5S nella sua furia iconoclasta propugna il referendum sull’euro e sull’Europa (senza specificare chiaramente come voterebbe, così i destri e i sinistri possono convivere del M5S), sostiene che con la liretta potremmo vivere bene se adottassimo una politica protezionistica, ergo il protezionismo xenofobo era già stato evocato più di una volta. Le anime belle di sinistra si sveglino prima che sia troppo tardi.

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